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Santa Marta e la Colombia – pillole di storia

Postato su 23 Gennaio 2020 da Paolo Casoni

S.Marta-Cartagena Colombia 16-21 gennaio 2020

Il marina è accogliente, luminoso e spazzato da un aliseo persisente, quello che ci ha portato qui e che nei giorni a venire arriverà a soffiare fino a 56 nodi in porto; dicono essere fenomeno raro, però le 27 tonnellate di Ariel con vento al traverso, per poco non staccavano il finger galeggiante dal pontile principale, al punto che aiutati dagli uomini del marina abbiamo affrancato la nostra “casa” al pontile principale con 7 lunghe robuste cime, dando fondo a quasi tutto il corredo che ci portiamo appresso. Il motivo sta nella superficialità con la quale i colombiani hanno scelto gli ormeggi per la flotta, riservandoci un posto riservato a natanti di stazza nettamente inferiore. Questo apparentemente insignificante dettaglio per introdurre l’anima di un popolo ancora immaturo e giovane per far fronte alla invadente ed incalzante europeizzazione, l’ultima invasione della Colombia: il turista medio ed il manager in cerca di affari.

Impressioni

Un paese acerbo secondo in nostri parametri, dove la cultura e la civilizzazione partono dal momento in cui qualche prode navigatore spagnolo ha fatto prua oltre i Caraibi, attorno al 1500, scoperchiando una vita tribale, indigena, fatta di ritualità semplici, che durava da millenni. La vita dell’uomo è troppo breve per cogliere i mutamenti di un’epoca, e ci sono volute alcune generazioni per portare alla luce una terra, il sud america tutto, tanto ricca quanto poverissima. Santa Marta è la cittadina più antica del sud america, fondata nel 1525 e scelta come base per la caratteristica felice delle sue coste,ai piedi della Sierra Nevada (5.500 metri-la catena montuosa più alta così vicino al mare-) con un microclima particolarmente gradevole (tutto l’anno ci sono dai 25 ai 28 gradi) due le stagioni, l’estate, da novembre ad aprile dove non piove mai, e l’inverno, da maggio ad ottobre, dove piove un po’ ogni giorno. Più che il microclima fu la conoscenza della tribù dei Thyrona a convincere gli spagnoli a restare. Abili orefici usavano adronare le proprie case ed ogni persona con intarsi e monili di oro zecchino. Quindi furono le miniere d’oro a scatenare per prime la corsa alla conquista. Abili navigatori ed esploratori, gli Spagnoli presto compresero che risalendo verso nord verso Cuba, Portorico e Haiti potevano riagganciare i venti portanti che li avrebbero riportati in Europa, dando inizio così alla danza del commercio e del business da e per la Colombia. Fondamenti sacri che regolano anche oggi, nonostante i cambiamenti climatici, i nostri spostamenti a vela. Ma non fu solo l’oro ad attirare i colonizzatori, ma la scoperta del caffè, del cacao, della frutta così detta “esotica”, le banane, la papaya, e non da ultimo le miniere di smeraldo, che per ragioni geologiche producono ancora oggi la pietra più pura e luminosa del pianeta ed il carbone. Montagne apparentemente inutili celano nel loro cuore il nero del carbone, il giallo dell’oro ed il verde dello smeraldo. Terra fertile nel cuore ed in superficie: presto si scoprirono anche piante medicamentose, la scopolamina, ad esempio, ma certamente la più famosa ed attuale causa della deriva del mondo, la pianta di coca.

Gli indigeni solevano masticarne le foglie per garantirsi la forza per lavorare, camminare a lungo nella foresta; presto compresero che l’unione di una sostanza alcalina ne aumentava l’efficacia, dato che masticare la foglia di coca da sola non è sufficiente a produrre gli effetti della “cocaina”. L’unica sostanza alcalina che favoriva un minimo effetto alle foglie è la saliva, ma presto compresero che una conchiglia, la caracucha, che tritata finemente e mescolata alla saliva crea un composto altamente alcalino, capace di potenziare gli effetti della coca, rendendola così simile alla famosissima cocaina. Gli uomini potevano così camminare ore ed ore verso le montagne, nutrendosi dell’essenziale e sopportare fatiche e digiuni altrimenti impossibili da sostenere.
Poi scoprirono Cartagena, poco più a sud ovest, con caratteristiche geografiche molto più confacenti ai navigatori che dovevano ancorare in luoghi sicuri le loro navi. Cartagena ha bassi fondali ma sufficienti a non fare incagliare i velieri, anfratti naturali felici e sicuri con ogni tempo a costituire il porto naturale più grande della costa caraibica del sud america.  Presto Cartagena diventò il vero nodo commerciale e soppiantò Santa MArta. Questo perchè in molte occasioni le condizioni del mare non permettevano ai velieri spagnoli di far rotta verso casa con la casse piene, ed a Cartegena potevano stare all’ancora in totale sicurezza aspettando il meteo favorevole. Siamo attorno al 1600, Cartagena è colonia spagnola, e di spagnolo ha ancora oggi tutto, dalla architettura all’idioma, tipicamente castigliano. Quelle navi però all’ancora e la voce che si spargeva nelle bettole, arrivò alle orecchie dei pirati francesi, olandesi ed inglesi che a turno iniziarono scorribande feroci per saccheggiare ciò che era stato già saccheggiato. L’invasione della invasione. Sir Francis Drake, il noto pirata, riuscì ad avere la meglio sugli spagnoli, ma rinunciò a distruggere cartagena per una somma inestimabile di denaro.
DA allora gli spagnolo-colombiani (allora ancora amici) decisero di affidarsi ad abili architetti europei (e qua arriviamo noi italiani) per costruire il forte di San Felipe, oggi meta turistica che porta i nuovi invasori a scoprirne i cunicoli e le bizzarrìe architettoniche volte  alla difesa, e per rendere il porto inaccesibile ai pirati. Due sono infatti gli ingressi naturali al bacino sicuro, la “boca grande” e la  “boca cica”. Uno spagnolo intraprendente e geniale fece costruire un muro sottomarino dal fondo fino a 1 metro dal pelo dell’acqua, (esistente tutt’ora) a rendere il passaggio della “boca grande”, la più usata dai pirati,di fatto inaccessibile, potendo con cannoni puntati difendere la boca cica in modo più agevole. Ma le incursioni continuavano, e Cartagena ha sempre resisitito ed è sempre risorta. Forse oggi sembra soccombere a volte, davvero devastata da un turismo folle, da venditori ambulanti senza controllo, dal racket del gadget della foto con la finta colombiana vestita dei colori della bandiera, mentre all’orizzonte, oltre alle montagne perenni, nascono grattacieli metropolitani e nella baia entrano a gran ritmo immense navi da crociera a contribuire alla devastazione incontrollata.

Simon Bolivar, venezuelano ma scaltro politico ed apparentemente innamorato della colombia, decise di far fronte alla invasione spagnola dell’epoca, siamo oltre la metà del 1700, e diventò presidente della Colombia con l’intento di fondare la Grande Colombia, unendo Venezuela, Ecuador e la stessa Colombia, facendo leva sull’amor proprio e sulla libertà individuale. Lo chiamarono infatti il Libertador, colui che liberò il popolo colombiano dagli invasori spagnoli, ricacciandoli a casa loro. UNificò le bandiere dei tre stati, tutte a strisce orizzontali gialla, blu  e rossa, con piccole differenze, uno stemma al centro per l’ecuador ed una corona di stelle per il venezuela, lasciando però alla Colombia la palma della stirscia gialla più grande delle altre a testimoniarne la grande ricchezza. Morì a Santa MArta, devastato dalla TBC, dalla Sifilide e dalla cirrosi epatica, a soli 50 ann; tristi testimoni di una vita dissoluta, sebbene guidata da un grande carisma. Ogni angolo delle due città porta il nome di Simon Bolivar,mentre sue statue in bronzo di lui a cavallo le possiamo trovare a Parigi, come a Praga, mentre piazze e vie a lui intitolate sono presenti in molte città Italiane come Milano e Roma. Oggi la Colombia dà l’idea di un paese confuso, in preda ad una frenesia che non gli appartiene, mentre vedi signori scalzi di mezza età spingere insicuri tricicoli con un piano di appoggio e tre termos di caffè colombiano…ultimo messaggio di resistenza… “QUIERES CAFE?”

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